Il nome Montmartre viene dal latino. Mons Martyrum — il monte del martirio. Qui, secondo la tradizione cristiana, fu decapitato Saint Denis, primo vescovo di Parigi. Raccolse la testa e camminò verso nord. La leggenda non dice quanto lontano arrivò.
A Montmartre c'erano una trentina di mulini. Macinavano grano, pressavano le vendemmie. Poi la collina fu annessa a Parigi nel 1860, i contadini se ne andarono e i mulini smisero di girare. Quando nel 1889 Joseph Oller aprì un cabaret ai piedi della collina, mise un mulino finto sul tetto e lo dipinse di rosso. Si chiamò Moulin Rouge. Il quartiere cambiava. Il nome restava.
È sempre andata così a Montmartre. Ogni posto era qualcos'altro prima. Il Lapin Agile era la casa di un fabbro. Le vigne producevano vino vero. I locali dove oggi si mangiano crepe erano cantine dove gli artisti bevevano assenzio e litigavano di pittura.
Montmartre non è un quartiere che si visita. È un quartiere che si legge. E per leggerlo bisogna sapere cosa c'era prima.
- —Cosa resta di una collina che macinava grano?
- —La campagna che è diventata la capitale dell'arte
- —La chiesa che nessuno aveva chiesto
- —La strada dove vivevano tutti
- —La piazza degli artisti — o quasi
- —I locali che non ci sono più — e quello che è rimasto
- —Cosa sapere prima di venire
- —Domande frequenti
Visita guidata di Montmartre in italiano — piccolo gruppo, massimo 10 persone, guida ministeriale abilitata. 2 ore a piedi nel quartiere.
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Cosa resta di una collina che macinava grano?
Montmartre aveva una trentina di mulini da grano e da vino. Quando la collina fu annessa a Parigi nel 1860, i contadini se ne andarono e i mulini smisero di girare. Il Moulin Rouge — aperto nel 1889 — non era uno di quelli: nacque direttamente come cabaret, con un mulino finto sul tetto dipinto di rosso. Il Moulin de la Galette all'83 di Rue Lepic invece era vero, ed esiste ancora.
Quando nel 1889 Joseph Oller aprì un cabaret ai piedi della collina, capì che un mulino sul tetto — finto, dipinto di rosso — avrebbe evocato quella campagna che Parigi stava divorando. Si chiamò Moulin Rouge. Funzionò.
Il Moulin de la Galette all'83 di Rue Lepic era invece un vero mulino da grano. Renoir lo dipinse nel 1876 con la gente che balla nel giardino. È diventato un ristorante. La struttura è quella di allora.
La campagna che è diventata la capitale dell'arte
Gli impressionisti arrivarono a Montmartre non per ispirazione ma per convenienza economica. Affitti bassi, assenzio a basso costo, vita comunitaria. Renoir, Pissarro, Sisley, Degas, Suzanne Valadon vissero qui tra gli anni '70 e '90 dell'Ottocento. Van Gogh e il fratello Theo abitarono al 54 di Rue Lepic dal 1886 al 1888 — sulla facciata c'è ancora una targa.
Gli impressionisti arrivarono così. Non perché la collina fosse bella. Perché era economica. Vivevano in spazi condivisi, dividevano le spese, avevano accesso facile ai locali a basso costo.
E c'era l'assenzio. La fée verte — la fata verde. Il tujone contenuto nell'artemisia apriva certi stati mentali che quegli artisti cercavano. Non era un vizio — era uno strumento. Toulouse-Lautrec ne era dipendente. Van Gogh probabilmente anche.
Van Gogh arrivò chiamato dal fratello Theo, che gestiva una galleria d'arte ai piedi della collina. Vissero insieme al 54 di Rue Lepic. Sulla facciata c'è ancora una targa. Restò due anni, poi partì per il sud con Paul Gauguin — cercava la luce che questa collina grigia non poteva dargli.
All'inizio del Novecento arrivò Picasso, dalla Spagna. Con lui Modigliani, Apollinaire, Max Jacob. Li chiamavano la bande à Picasso. Non un movimento, non una scuola. Una banda — goliardica, senza soldi, con molte idee. Il loro quartier generale era il Lapin Agile, al 4 Rue des Saules.
Ogni stradina di Montmartre ha una di queste storie. Alcune si leggono da soli. Altre no — bisogna sapere dove guardare.
Dove gli artisti hanno lasciato il segno — e la vita parigina vera è ancora lì.
Tour di Montmartre in italiano, piccolo gruppo fino a 10 persone. Guida ministeriale abilitata. 2 ore a piedi.
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Il Sacré-Cœur fu costruito come atto di espiazione nazionale dopo la sconfitta franco-prussiana del 1870-71 — non come risposta alla Comune di Parigi, come spesso si dice erroneamente. La pietra usata è calcare di Château-Landon: a contatto con la pioggia rilascia calcite bianca, per questo la chiesa rimane candida senza manutenzione.
La chiesa bianca in cima domina la collina e si vede da ogni punto di Parigi. E stona. Non è un giudizio — è una constatazione.
Montmartre è sempre stato un villaggio basso, irregolare, con strade strette e case con i giardini. Il Sacré-Cœur è massiccio, costruito per essere visto da lontano. Fu voluto come atto di espiazione nazionale dopo la sconfitta franco-prussiana del 1870-71. Un voto collettivo — un simbolo di riscatto spirituale in un Paese che aveva appena perso davanti alla Prussia di Bismarck.
La scelta di Montmartre non era casuale: la collina più alta di Parigi, visibile da ovunque. Una struttura enorme, costruita in cima a un luogo che aveva sempre vissuto in modo laterale, libero, appartato.
Chi sale sapendo questo guarda una cosa diversa da chi sale per la foto.
La strada dove vivevano tutti
Rue Lepic è la strada più autentica di Montmartre. Al 54 c'è la targa di Van Gogh. All'83 c'è il Moulin de la Galette — il mulino dipinto da Renoir nel 1876, oggi ristorante. Alle spalle del Sacré-Cœur si trovano le vigne del Clos-Montmartre: 2.000 piedi di Pinot Noir e Gamay piantati nel 1933 dalla Città di Parigi (paris.fr), circa 900 bottiglie l'anno battute all'asta ogni ottobre.
Rue Lepic scende dalla collina verso Pigalle. È la strada che assomiglia di più a quello che era Montmartre — negozi di quartiere, fromageries, bistrot con i tavolini fuori.
Al 54 c'è la targa di Van Gogh. All'83 c'è il Moulin de la Galette — il mulino che Renoir dipinse nel 1876, con la gente che balla nel giardino. È diventato un ristorante. La struttura è quella di allora.
Salendo verso la cima si arrivano le vigne. Il Clos-Montmartre — 2.000 piedi di Pinot Noir e Gamay, piantato nel 1933 dalla Città di Parigi (paris.fr) per bloccare la speculazione immobiliare. Produce circa 900 bottiglie l'anno.
Il vino, tecnicamente, è imbevibile. La vigna è circondata dalla città. Ma non è questo il punto.
Ogni anno in ottobre si tiene la Fête des Vendanges de Montmartre — dal 1934. Le bottiglie vengono decorate da artisti e battute all'asta. Il ricavato va alle associazioni sociali del XVIII arrondissement. Un vigneto che non produce vino buono produce qualcos'altro.
La piazza degli artisti — o quasi
Place du Tertre è divisa in due: pittori veri con cavalletto e colori a olio da un lato, acchiappa-turisti con silhouette e caricature veloci dall'altro. Il momento migliore è prima delle 9 del mattino, quando la piazza è ancora vuota. Utrillo vendeva qui i suoi quadri per pochi franchi — le sue tele sono oggi nei musei.
Place du Tertre è piena. Sempre. È così da decenni. La piazza è divisa in due, e lo si vede subito.
Da una parte ci sono ancora pittori veri — cavalletto da campagna, tubetti di colore, spatole. Chi lavora en plein air come si faceva qui un secolo fa. Qualcuno di rara bravura, che vale la pena cercare. Dall'altra ci sono gli acchiappa-turisti: silhouette tagliate con le forbici in trenta secondi, caricature veloci, ritratti da souvenir.
Quando porto i gruppi qui fermo sempre l'attenzione su una cosa: il cavalletto e i tubetti di colore. Non sono dettagli pittoreschi — sono la ragione per cui Montmartre diventa la capitale dell'arte.
Prima dei tubetti di colore industriali, inventati intorno al 1840, un pittore non poteva uscire dallo studio: i colori erano preparati a mano, deperibili, impossibili da trasportare. Negli stessi anni arriva anche il cavalletto da campagna pieghevole — leggero, trasportabile a spalla. Le due invenzioni si completano. Con il cavalletto e i tubetti in borsa, gli impressionisti escono, si siedono ovunque, dipingono all'aperto, colgono la luce nel momento in cui cambia. Senza quei due oggetti, non esiste l'Impressionismo come lo conosciamo.
A Montmartre quei tubetti li vendeva Père Tanguy — Julien Tanguy, un fornitore di colori che credeva negli artisti quando nessuno li comprava ancora. Finanziava Van Gogh, Cézanne, Gauguin accettando i loro quadri in pagamento. Van Gogh lo ritrasse due volte. Era uno di quelli che capì prima degli altri.
C'è poi un'altra cosa che dico sempre davanti ai banchetti della piazza: diffidate di un dipinto troppo perfetto. Nessuna sbavatura, nessun segno di spatola, nessun errore. Quello non è dipinto a mano — è una stampa. Alcuni venditori acquistano riproduzioni industriali e le spacciano come opere originali. L'umano si riconosce dal suo errore, dalla sua imperfezione. In tutto quello che fa. Un quadro vero ha sempre qualcosa che non torna — ed è esattamente lì che sta il suo valore.
Se si arriva prima delle nove si vede la piazza vuota, i tavolini ancora rovesciati. Vale il tragitto.
Se si compra un dipinto — i prezzi non sono proibitivi — la cosa giusta è fare una foto con il pittore. Potrebbe diventare famoso. Non è una battuta: Utrillo vendeva i suoi quadri per pochi franchi in questa piazza. Le sue tele oggi sono nei musei.
I locali che non ci sono più — e quello che è rimasto
Il Lapin Agile (4 Rue des Saules) è ancora aperto — il locale della Banda Picasso esiste dal 1875. Il cabaret di Patachou (13 Rue du Mont-Cenis), famoso per tagliare la cravatta agli ospiti, è diventato la cioccolateria Pierre Hermé. Chez Michou, il cabaret trasformista di Rue des Martyrs, è scomparso nel 2020 con il suo fondatore Michel Catty.
Il Lapin Agile esiste ancora — casetta rosa al 4 Rue des Saules, con un coniglio dipinto sulla facciata dal caricaturista André Gill nel 1875. Le lapin à Gill — il coniglio di Gill — divenne Lapin Agile. Qui Picasso e Modigliani passavano le sere. Qui Dalida fece una delle sue ultime apparizioni pubbliche.
Al 13 di Rue du Mont-Cenis c'era il cabaret di Patachou. Negli anni '50 e '60 era l'indirizzo dove iniziarono Georges Brassens e altri. Patachou aveva un'abitudine precisa: chiunque arrivasse con la cravatta se la faceva tagliare prima di entrare. Forbici alla mano, nessuna eccezione. Non era un gesto simpatico — era una posizione. Oggi in quello spazio c'è la cioccolateria Pierre Hermé.
E Chez Michou — il cabaret trasformista di Rue des Martyrs — è scomparso nel 2020. Michel Catty, Michou per tutti, sempre vestito di blu da capo a piedi. Il prince bleu de Montmartre. Aveva detto che il locale sarebbe finito con lui. Aveva ragione.
Eppure qualcosa è rimasto. Non i locali — i locali cambiano, chiudono, diventano altro. È rimasta l'atmosfera festiva e distesa delle persone che vivono il quartiere. Sono rimasti artisti che continuano a vivere della loro arte nonostante la difficoltà e gli stenti — come facevano Renoir e Utrillo. E sono rimaste le mura. Quelle non cambiano. Traspirano storia e continuano a raccontarla.
A chi sa ascoltare.
Cosa sapere prima di venire
Montmartre si raggiunge con la metro Blanche (linea 2, davanti al Moulin Rouge) o Abbesses (linea 12). La funicolare da Rue Foyatier costa 1 ticket metro (€ 1,95). Di giorno il quartiere è sicuro; di sera evitare la zona bassa intorno a Pigalle. Orario consigliato: prima delle 9 o pomeriggio fino alle 17.
Di giorno Montmartre non è pericolosa. Come in ogni zona turistica affollata bisogna fare attenzione ai borseggiatori — e ai giocatori delle tre carte in strada, circondati da complici che fingono di vincere. Di sera, nella parte bassa intorno a Pigalle, la situazione è diversa. Il momento migliore per visitare è la mattina o il pomeriggio fino all'ora dell'aperitivo.
La fermata metro più comoda è Blanche (linea 2) — sbuca davanti al Moulin Rouge, punto di partenza naturale per risalire. In alternativa Abbesses (linea 12), già a metà collina. La funicolare parte da Rue Foyatier: costa un ticket metro, 1,95 euro.
Il Sacré-Cœur è aperto tutti i giorni, ingresso gratuito. Place du Tertre è sempre frequentata — ma prima delle 9 è tutta un'altra cosa.
Informazioni pratiche ✓ verificato giugno 2026
| Metro | Blanche (linea 2) o Abbesses (linea 12) |
| Funicolare | 1 ticket metro (€ 1,95) — da Rue Foyatier |
| Sacré-Cœur | Aperto tutti i giorni — ingresso gratuito |
| Orario consigliato | Prima delle 9 o pomeriggio fino alle 17 |
| Da evitare di sera | Zona Pigalle e basso della collina |
| Fête des Vendanges | Secondo weekend di ottobre, dal 1934 |
Domande frequenti su Montmartre
Montmartre è pericolosa?
Di giorno no. Come in ogni zona turistica affollata bisogna fare attenzione ai borseggiatori e ai giocatori delle tre carte. Di sera, nella zona bassa intorno a Pigalle, è meglio essere prudenti. Il momento migliore per visitare è la mattina o il pomeriggio.
Come si arriva a Montmartre?
Metro Blanche (linea 2), uscita davanti al Moulin Rouge. In alternativa Abbesses (linea 12), già a metà collina. Da Abbesses parte la funicolare (1 ticket metro) fino in cima.
Quanto tempo serve per visitare Montmartre?
Per una passeggiata ai punti principali bastano 2 ore. Per conoscere il quartiere davvero — le storie, i dettagli, i posti che non sono sulle guide — ne servono almeno 3, con qualcuno che sappia dove portarti.
Vale la pena andare a Place du Tertre?
Sì, ma con aspettative giuste. La piazza è turistica — i pittori veri ci sono ancora, ma bisogna cercarli. Il consiglio è arrivarci la mattina presto, prima che si riempia.
Cosa sono le vigne di Montmartre?
Il Clos-Montmartre è un vigneto di 2.000 piedi piantato nel 1933 dalla Città di Parigi per bloccare la speculazione immobiliare. Produce circa 900 bottiglie l'anno di Pinot Noir e Gamay. Le bottiglie vengono battute all'asta ogni ottobre durante la Fête des Vendanges — il ricavato va alle associazioni sociali del quartiere.
Fonti consultate
- paris.fr — Clos-Montmartre, storia e dati ufficiali del vigneto
- Archives de Paris — registri di residenza XVIII arrondissement (Van Gogh, 54 Rue Lepic, 1886-1888)
- musee-montmartre.fr — storia del quartiere, locali storici, Patachou e Chez Michou
- John Rewald, La storia dell'Impressionismo, Johan & Levi — fonte principale sugli artisti a Montmartre
- John Rewald, Gli anni di Van Gogh e Gauguin, Johan & Levi — sul periodo parigino di Van Gogh (1886-1888)
- Van Gogh Museum, Amsterdam — catalogazione delle opere del periodo Montmartre (1886-1887)