Giverny è un piccolo villaggio dell’Alta Normandia, a circa ottanta chilometri da Parigi, affacciato su una valle della Senna. Monet vi arrivò nel 1883, in affitto, con la famiglia allargata — i suoi figli, Alice Hoschedé e i suoi sei bambini — e non se ne andò più. In quegli anni la campagna normanna era già nei suoi quadri: i pagliai, le falesie di Étretat, la cattedrale di Rouen. Ma a Giverny successe qualcosa di diverso. Il pittore smise di dipingere il mondo com’era e cominciò a costruire il mondo che voleva dipingere.
La casa è un edificio lungo e rosa, più solare di quanto ci si aspetti. Le stanze conservano ancora i colori scelti da Monet — il blu cobalto e il giallo canarino della cucina, i mobili sobri, la grande collezione di stampe giapponesi che tappezzava le pareti. Qui si capisce chi era Monet al di là delle tele: un uomo metodico e appassionato, buongustaio, amante dei giardini e degli iris, instancabile nella ricerca della luce giusta.
Il Clos Normand — il giardino fiorito che si estende davanti alla casa — è un capolavoro orticolo prima ancora che pittorico: un grande viale centrale profumato di rose e nasturzi, aiuole dense e multicolori, composizioni che cambiano con le stagioni. Monet lo progettò e lo coltivò personalmente per decenni, assumendo giardinieri, facendo venire piante da tutto il mondo, modificando gli assetti ogni anno. Non era un giardino decorativo — era uno studio a cielo aperto.
Oltre i binari ferroviari, accessibili attraverso un sottopasso, si apre il Giardino d’acqua: lo stagno delle ninfee, il ponte giapponese coperto di glicine, i salici piangenti che sfiorano la superficie dell’acqua. Questo è il luogo che Monet osservò ogni giorno per trent’anni, dipingendo all’alba e al tramonto, in estate e in inverno, inseguendo le variazioni di luce sull’acqua con una ostinazione che rasentava l’ossessione. Ne nacque il Ciclo delle Ninfee — oltre duecento tele, le ultime dipinte quasi cieco, donate allo Stato francese e oggi esposte nell’Orangerie di Parigi.
La guida italiana di Parigirando racconta Giverny come si racconta una vita: non solo le opere, ma la storia della famiglia, i pranzi domenicali con gli amici pittori, la corrispondenza con Clemenceau, la lotta per trasformare un pezzo di terra in un luogo di culto e di ispirazione. Un racconto in cui l’arte e la vita si intrecciano fino a diventare indistinguibili — esattamente come voleva Monet.