Un edificio che non nasce come museo
Questo edificio lo fa costruire Caterina de’ Medici nel Cinquecento come parte del Jardin des Tuileries. Funzione: proteggere le piante degli aranceti durante l’inverno. Da lì il nome. Non era destinato all’arte.
Ci arriva grazie a Georges Clemenceau, presidente del Consiglio e amico personale di Monet. È lui a intercedere perché il pittore ottenga l’autorizzazione a costruire lo stagno artificiale di Giverny — quello che oggi si visita nella casa-museo. Ed è ancora lui a convincere Monet, già anziano e quasi cieco, a donare il ciclo delle Ninfee allo Stato francese e a portarlo a termine.
La stanza bianca, poi le Ninfee
Prima di entrare nelle sale delle Ninfee c’è una stanza completamente bianca. Non è decorativa — serve a purificare la vista, a preparare l’occhio prima dell’immersione nelle due sale ovali.
Le sale sono ovali. La luce arriva dall’alto. Le tele girano intorno al visitatore su 360 gradi senza interruzione. Si è dentro il paesaggio, non davanti a esso.
Sulle tele degli ultimi anni la pittura diventa quasi completamente astratta. I colori si addensano, i contorni spariscono. L’unica cosa che rimane riconoscibile sono i fiori delle ninfee — piccoli punti luce che Monet usava, effettivamente, per non perdere il riferimento con la realtà che stava dipingendo. La cataratta gli era stata diagnosticata nel 1912, operata solo nel 1923. Dipinse fino alla morte, nel 1926.
Vale la pena sapere da dove viene Monet prima di guardare queste tele. Inizia come caricaturista — un mestiere grezzo, veloce, tutto sintesi. Nel corso degli anni quella stessa capacità si trasforma in una sensibilità sui riflessi della luce nell’acqua e sui cambiamenti di colore nell’arco di un’ora che non ha precedenti nella pittura del suo tempo.
Al piano inferiore: Paul Guillaume e una collezione improbabile
La maggior parte dei visitatori viene per le Ninfee. Al piano inferiore non si aspetta quello che trova.
La storia della collezione Walter-Guillaume inizia in un’officina automobilistica parigina nel 1910. Paul Guillaume lavora lì. Con le forniture di gomma per pneumatici arrivano sculture africane. Guillaume le espone in vetrina. Un giorno Guillaume Apollinaire — poeta, critico d’arte, uno degli intellettuali più influenti della Parigi di quell’epoca — si ferma davanti a quella vetrina, vede una scultura del Gabon, entra. Da quell’incontro la vita di Guillaume cambia completamente.
Apollinaire lo introduce nei circoli dell’avanguardia. Guillaume apre la sua prima galleria nel 1914. In pochi anni costruisce una collezione che riunisce Cézanne, Renoir, Picasso, Matisse, Modigliani, il Doganiere Rousseau, Derain, Laurencin — artisti molto diversi tra loro. È Modigliani a ritrarlo quattro volte. Il primo ritratto è conservato qui, all’Orangerie.
Monet e Renoir: la malattia non ferma nessuno dei due
Renoir è nella collezione Walter-Guillaume. C’è un filo che lo lega a Monet, al di là della pittura.
Renoir inizia come decoratore di ceramiche alle manifatture di Sèvres. Quella morbidezza nella pennellata, quella qualità quasi tattile della materia, viene da lì — e la porta con sé per tutta la vita. Negli ultimi anni l’artrite deformante gli distrugge le mani. Le dita si chiudono su se stesse, non reggono più niente. Renoir si fa legare i pennelli ai polsi. Continua a dipingere.
Monet, nello stesso periodo, quasi cieco, continua il ciclo delle Ninfee. Due pittori diversissimi per temperamento e per stile, accomunati dalla stessa ostinazione: la malattia non ha fermato nessuno dei due. In questo museo li trovi entrambi, ai due piani.
Perché visitare con una guida
In qualsiasi museo il rischio è lo stesso: vedere senza capire. Quando si riesce a capire la storia dell’uomo che c’è dietro l’opera, la nascita di un luogo culturale, la creazione di uno spazio pensato per permettere ai visitatori di apprezzare al meglio il proprio contenuto — allora la visita diventa qualcosa di diverso.
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