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Quali sono i capolavori da vedere al Museo d’Orsay?

  Parigirando offre una breve  selezione dei capolavori da ammirare al Museo d’Orsay:

“I Papaveri” di Claude Monet, 1873

Pittore impressionista per eccellenza, Monet è ampiamente rappresentato al Museo d’Orsay.

Possiamo ammirare, delle tante opere in esposizione, le celebri “La Gare Saint Lazare”, “Colazione in giardino”, “Il ponte ad Argenteuil”, due opere della serie delle ninfee, il ciclo della Cattedrale di Rouen, dipinta in vari momenti della giornata per coglierne le diverse sfumature al mutar della luce, e “I Papaveri”, opera del 1873 che include una doppia rappresentazione della famiglia dell’artista. Senza dubbio, uno dei capisaldi dell’Impressionismo francese ed europeo.  

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“I Papaveri” di Claude Monet, 1873

“Le dèjeuner sur l’herbe” di Edouard Manet, 1863

Rifiutato all’esposizione del Salon ufficiale, nel maggio del 1863 Manet si presenta al Salon des réfusés (Mostra dei Rifiutati) con quest’opera, ma anche qui viene aspramente criticato. Ribaltamento della classica rappresentazione da Concerto Campestre, netti contrasti tra aree chiare e scure, pittura “piatta” e priva di prospettiva, e, chiaramente, contenuto osceno dovuto alla nudità della donna che fa colazione su un prato ai bordi della Senna con due uomini: Manet è ancora più dissacratore dei suoi predecessori, e si grida allo scandalo.

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Edouard Manet - Le dejuné sur l'herbe -1863

“Olympia” di Edouard Manet, 1863

Dello stesso pittore si può ammirare la sensuale “Olympia” dello stesso anno, che crea ancor più scalpore: stavolta ad essere dipinta è addirittura una prostituta d’alto rango nelle poste e nelle fattezze di una Venere.

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“Olympia” di Edouard Manet, 1863

“L’origine del mondo” di Gustave Courbet, 1866

Per alcuni il simbolo per antonomasia della corrente realista, il quadro fu ritenuto estremamente volgare, al punto che lo stesso pittore, bandito dal Salon, fece realizzare a sue spese l’apposito “Padiglione del Realismo”. Chi non è mai stato incuriosito da questa intensa, ma al contempo delicata rappresentazione della più profonda intimità di una donna? Resta, da un secolo e mezzo, una delle più sfrontate opere alla base della pittura moderna.  

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“L’origine del mondo” di Gustave Courbet, 1866

“Autoritratto” di Vincent Van Gogh, 1887

Il tormento e il genio del pittore, che getta le basi per quello che diventerà il movimento espressionista, effondono da ogni pennellata turbolenta del quadro, uno dei tanti di Van Gogh presenti al Museo d’Orsay.

Dipinto in un momento molto difficile della vita del pittore olandese nel manicomio di Saint Rémy, dove Van Gogh era stato ricoverato dopo un tentativo fallito di suicidio, è sicuramente il più rappresentativo dei suoi vari autoritratti.

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“Autoritratto” di Vincent Van Gogh, 1887

“L’Eglise d’Auvers-sur-Oise” di Vincent Van Gogh, 1890

Altro cardinale dipinto dello stesso autore, “La Chiesa di Auvers” fu realizzata durante la permanenza in questo paesino della Francia settentrionale dove restò per la riabilitazione dopo il ricovero a St. Rémy. Villaggio, tra l’altro, dove il pittore passò alcuni anni della sua infanzia, e che egli ricorda e dipinge con melanconica nostalgia, espressa dai colori forti e dalle pennellate burrascose. Il coinvolgimento emotivo sarà forte.  

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“L’Eglise d’Auvers-sur-Oise” di Van Gogh, 1890

“Natura morta con mele e arance” di Paul Cézanne, 1899

Questo quadro non è una delle tante, mere nature morte dipinte nel corso dei secoli. E’ la natura morta che rinnova totalmente non solo la pittura di questo soggetto, ma anche il linguaggio pittorico in senso generale. Cézanne, che dipinse questa tela nella fase matura della sua produzione, introduce strutture più complesse, cambiamenti di prospettiva e quella rigorosa plasticità che influenzeranno inevitabilmente i successori. Tra questi, Picasso.  

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“Natura morta con mele e arance” di Cézanne, 1899

“Bal au Moulin de la Galette” di Pierre  Auguste Renoir, 1876

Esposta alla mostra del gruppo impressionista nel 1877, questa tela rappresenta uno dei manifesti del movimento.

I colori vibranti, la dinamicità delle figure e la vivacità della folla sono la chiave di lettura del dipinto: è una finestra sulla vita mondana parigina della Belle Epoque, delle feste, della spensieratezza.

I personaggi sembrano volteggiare, la luce che penetra dalle fronde degli alberi irradia completamente la scena e i colori puri, accostati tra loro, ne accentuano il movimento. Impossibile non restare estasiati.

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“Bal au Moulin de la Galette” di Pierre Auguste Renoir, 1876

“La classe di danza” di Edgar Degas, 1871 – 1874

Assiduo frequentatore di opere, balletti e spettacoli teatrali, Degas sviluppa una serie di tele dal “Tema delle ballerine” a partire dal 1874. Ma più che le scene e i riflettori, gli interessa catturare il lavoro di preparazione di un balletto. Egli raffigura, in questo dipinto, le allieve che si riposano dopo la lezione di danza: alcune si stiracchiano, altre si grattano la schiena e c’è chi si sistema orecchini e acconciatura. Degas immortala così i soggetti in un momento di assoluta spontaneità e, come egli stesso affermò, “come se si guardassero dal buco della serratura”. Interessante il taglio fotografico che l’artista da alla tela, contribuendo ad accentuarne la naturalezza. Una vera e propria chicca dell’Impressionismo francese.  

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“La classe di danza” di Edgar Degas, 1871 - 1874

“Due donne tahitiane” di Paul Gauguin, 1891

Durante i suoi viaggi nel Pacifico, Gauguin dipinge spesso donne del posto intente nello svolgimento delle faccende quotidiane, a sottolinearne lo stile di vita semplice e frugale rispetto a quello fastoso e decadente della borghesia parigina.

Le figure sono disegnate con una spessa linea di contorno e la stessa modella è ritratta in due pose diverse.

La scelta di utilizzare linee e forme sintetiche e, soprattutto, colori vivaci, rende Gauguin un forte modello per i suoi successori, in particolare per Matisse.

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“Due donne tahitiane” di Paul Gauguin, 1891

Le nostre visite guidate al Museo d'Orsay

Tour “Museo d’Orsay”

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Info sull'autore dell' articolo Simone Prosperi

Una passione fortissima per la pallacanestro, un campo perfetto dove poter esprimere tutto se stesso… e poter correre per la vittoria.
Dissero di lui: “Simone! Un ragazzo caparbio, un bel mancino!”
Ha capito tante cose da quel giorno e ha continuato il suo cammino come se l’essere mancino fosse una vera qualità, quella marcia in più per riuscire, per scoprire il mondo.

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