L’aviatore che attraversò l’arco di Trionfo

Questa storia curiosa ha inizio con la festa delle forze armate francesi sugli Champs-Élysées del 14 Luglio 1919, organizzata per festeggiare la fine della prima Guerra Mondiale.

In occasione della parata il comando militare ordinò agli aviatori di sfilare in corteo insieme alla fanteria, un vero e proprio affronto per questi soldati abituati a compiere prodezze in aria. Ma se da un lato questa decisione dovette comunque essere rispettata di certo non frenò, anzi acuì ancor di più, la loro fantasia e il loro desiderio di rivalsa. In un incontro nel  bar “Fouquet” un gruppo di aviatori  decise di organizzare una prodezza fuori controllo: attraversare l’Arco di Trionfo con un biplano.

Il prescelto fu Jean Navarre un vero asso tra i piloti da caccia, ma purtroppo a causa della sua prematura scomparsa, fu Charles Godefroy a compiere l’eroica missione. Dopo mesi di studio tecnico delle variabili ed una serie di prove sul Petit-Rhone a Miramas assieme al suo compagno  il giornalista Jacques Mortane, assoldato per riprendere la performance, il 7 agosto del 1919 alle ore 7.20 un biplano partì dal campo d’aviazione di Villacoublay.

Porte Mailot, Avenue de la Grande Armée, Arc de Triomphe, e ritorno passando per Place de la Concorde: queste le tappe di un volo spettacolare. Si racconta che il veivolo, e lo confermano le foto, passò talmente vicino ad un tram che alcuni passeggeri per lo spavento si lanciarono fuori.

Il video e le foto dell’evento rimasero per lungo tempo secretate dalla Polizia di Stato per paura che vi fossero degli imitatori come d’altronde avvene successivamente nel 1981 e nel 1991, ma la notizia si diffuse presto su tutti i giornali.

Dopo questo exploit, Godefroy, famoso come l’aviatore che attraversò l’arco di Trionfo, dovette promettere alla sua famiglia di rinunciare al volo e dedicò il resto della sua vita alla coltivazione e produzione di vino. Morì poco prima del suo 70 ° compleanno a  Soisy-sous-Montmorency, comune che gli intitolò una strada e una lapide commemorativa.

Un’impresa folle ma in fondo, come diceva Alda Merini, anche la follia merita i suoi applausi.


Info sull'autore dell' articolo Simone Prosperi

Una passione fortissima per la pallacanestro, un campo perfetto dove poter esprimere tutto se stesso… e poter correre per la vittoria.
Dissero di lui: “Simone! Un ragazzo caparbio, un bel mancino!”
Ha capito tante cose da quel giorno e ha continuato il suo cammino come se l’essere mancino fosse una vera qualità, quella marcia in più per riuscire, per scoprire il mondo.